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Ciao, Giuliano.
(in thinking; 4 commenti)




Di materia c'è bisogno perché crescano le generazioni future;
che tutte, tuttavia, compiuta la loro vita, ti seguiranno;
e dunque non meno di te le generazioni son cadute prima, e cadranno.
Lucrezio, De rerum natura, III.

 

Mi chiedo se tu sapessi che il tuo salto avrebbe fatto più male a loro, che non a te.

Postato da Chiù lunedì, 05 maggio 2008 alle 18:41.



wonderful feelings.
(in ordinary day, thinking; 3 commenti)

Io non lo so se studiare scienze in terrazza, con le gambe allungate al sole e gli appunti che volano da tutte le parti si possa considerare felicità. Specie se poi penso che a me interessa relativamente poco della formula chimica degli inosilicati o delle rocce sedimentarie clastiche.
Però ieri pensavo, alzando di tanto in tanto gli occhi da quelle fotocopie sottolineate in verde, che si sta proprio bene. Cat Stevens di sottofondo e uhhh baby baby it's a wild world, la casa vuota, un'ape gigantesca che attentava di tanto in tanto alla mia vita precipitandomi addosso. Ho fatto colazione che era ora di pranzo, ho pranzato con uno yogurt e tre biscotti alle quattro del pomeriggio e il resto del tempo lo ho passato sotto il sole, con la vaga certezza che non c'era altro che avrei voluto fare, a parte forse essere in riva al mare con la sicurezza di un otto politico assicurato. Ancora un mese. Ridendo e scherzando, manca un mese e poi sarò fuori. Per sempre. Fine dei giochi, fine di tutto. Cinque anni, wow. Fa impressione dirlo, ma sono passati in un attimo. E sapete che ho imparato?
Che alla fine si, studiare scienze in terrazza, con le gambe allungate al sole e gli appunti che volano da tutte le parti, con alle spalle un ponte fatto di studio e notti brave con persone meravigliose, si può considerare un po' come felicità.

Postato da Chiù lunedì, 28 aprile 2008 alle 14:28.



I giorni dei cinghiali.
(in ordinary day, luvluv, thinking, little secrets; 3 commenti)

Cavolo mezzo....ci credi che mi sono commossa guardando queste foto?mi veniva allo stesso tempo da ridere, da piangere,da mettermi a cantare.......sono passati solo 2 giorni ma perugia già mi manca....un bacio grande da un piccolo mezzo!!!!!

Ha scritto così Marta sul mio spais emmessenne, commentando la prima di una lunga serie di foto.
E io aggiungo che guardarle con l'intramontabile "Gli anni" di sottofondo fa piangere davvero. Dannato Max Pezzali. Hai forgiato una generazione di pappemolli sentimentali che si commuovono come casalinghe in menopausa davanti ad una puntata di Beautiful. Lui e le sue canzoni che sai a memoria dopo averle ascoltate una volta sola. Damn.
Perugia è arrivata e ne è andata con un gran chiasso, alla fine.
Tre giorni, sedici ore di pulman, sei ore scarse di sonno spalmate in due notti, due concerti uno più bello dell'altro, la voce che ha resistito stoicamente nonostante tutte le mille e tre ragioni che avrebbe avuto per andarsene dopo le prime tre ore di autostrada, per avere in cambio un treno di ricordi di quelli giusti, che se ci sali sopra poi ti perdi per ore e ti lasci portare fino a quando non ti senti traboccare e sei costretto a riaprire gli occhi.
E' stato come respirare all'improvviso il profumo della primavera, assaporare il calore del sole sulla pelle (e bruciarsi di conseguenza il naso) e andare in giro in maglietta a maniche corte senza rischiare una bronco-polmonite ogni volta che si finisce all'ombra. Un'esplosioni di colori e profumi. L'arcobaleno. Tutta una lunga serie di cazzate che potrei snocciolare con facilità se davvero fossi in vena (cosa che non sono) per quantomeno provare a spiegare cosa possa aver significato vedere Daniela catapultarsi in bagno a mezzanotte spaccata per abbracciarmi mentre mi asciugavo i capelli, in modo da essere la prima in assoluto a farmi gli auguri e poi sentirsi intonare il primo "Tanti auguri a te" da tre direttori di coro e una ventina di schizzatissimi coristi. Ritrovarsi davanti un Nicholas a caso alle sette e qualcosa perché «io avevo detto che te li facevo di mattina, visto che sei nata alle sette e un quarto», stringersi in cinque davanti nello stesso tavolo incastrando i vassoi della colazione come i pezzi di tetris per starci tutti e sbriciolare in allegria panini e fette biscottate annaffiati di cioccolata acquosa e fredda. Salire sul mini-metrò, guardare una direttrice che scavalca le barriere perché il biglietto non prende, perdersi per trovare le scale mobili ed essere accolti da un abbraccio-valanga e non so quante persone che cantavano "Tanti auguri a te" decisamente più intonate della media. Bagolare sotto il sole senza meta e, una volta trovata una, scoprire che non è agibile perché chiusa il sabato. Ho passato penso tre ore assolutamente fantastiche seduta su un gradino, in un parco non so dove, sentendomi a casa. Non so come spiegarlo, ma stare lì, sotto il sole, con Anselmo (la nuova prova dell'esistenza di Dio: suona chitarra, pianoforte, batteria, armonica, flauto e canta pure bene. Ed è bello.) , Biasu, Eugenio e Jack che improvvisavano con chitarre e armoniche versioni casalinghe di Wish you were here e Californication con più nananà che parole, è stato un po' come tornare dopo un lungo viaggio e rivedere vecchi amici persi tanto tempo fa. Perdersi nei meandri di chissà quali viuzze intonando lo Psalm sotto gli sguardi attoniti di chi incrociavamo (prontamente ricambiati con un "danket ihm" o con un "mit loben" particolarmente sentito), perdere il gruppo (!) perché «oddio oddio devo andare in bagno, Chiara andiamo in bagno!» (e poi siamo uscite ed erano rimasti in due ad aspettarci, uno dei quali Eugenio grazie al cielo sennò stavo ancora lì a vagare come un'anima in pena temo) e poi incontrare, correndo perché chiaramente in ritardo, una piccola pulce di nome Costanza con in testa un'assurda parrucca fosforescente assieme ad altri ritardatari cronici più trafelati con mani con una fetta di pizza in bocca e una in mano. La foto "Carini-e-coccolosi", la gente che ci scambiava per mormoni mentre camminavano per strada con scarpe nere-pantaloni neri-camicia bianca. L'applauso di quel gruppo di ragazzi alla fine di una canzone di Mulan, sulla strada verso l'Ostello. Chi la gagliarda donne vo' imparare in mini-metro, a sguarciagola per il sommo diletto di quei poveri disgraziati finiti assieme a noi.
La partita a Taboo tra mezzanotte e le due, lo sclero assurdo, Daniele che si è gentilmente prestato a farmi da cuscino e che per questo ha tutto il mio amore incondizionato, il pacco di biscotti in dieci, Nicholas che dal nulla se ne viene fuori con un «vuoi un massaggio?» verso le tre o non so che cacchio di ora fosse, guadagnandosi anche lui tutto il mio amore incondizionato (si, distribuisco amore incondizionato per cose del genere, lo ammetto), l'incastro perfetto sul letto, IL DIAPASON! che pur senza vibrare ci fa prendere il la sul serio (Dusco, sei troppo un genio *stima*), l'ora e mezza di sonno prima della partenza e, nonostante questo, il ritardo e la valigia da chiudere all'ultimo.
Va al di là delle mie capacità cercare di rendere cosa hanno significato questi tre giorni. Io non ho mai riso così tanto per così poco, veramente. Sono stati quanto di più bello potessi mai sperare per questo ultimo anno di liceo, il premio dopo una lunga serie di compleanni da dimenticare e cestinare senza ripensamenti; mi hanno fatto capire quali sono le persone che veramente ci tengono a me e mi vogliono bene, che mi mandano messaggi di auguri anche se potrebbero semplicemente aspettare venti minuti per farmeli di persona e quelle che invece si limitano ad aggregarsi ad un messaggio cumulativo per non buttare quindici centesimi o che se ne sono direttamente dimenticati; ho conosciuto persone meravigliose e scoperto che alle volte basta veramente poco perché questo succeda.
Sono partita grigia, diciottenne e vagamente demoralizzata; sono tornata diciannovemente, arcobaleno e pieno di entusiasmo (nonché completamente innamorata del piccolo coro di Mendelssohn di cui ora faccio parte e che sto cantando a loop da quando sono tornata).
Non dimenticherò mai quei momenti in cui, prima di salire sul pullman, eravamo tutti lì a strillare Jurjevanie come aquile senza voce con un plotone di telefonini che ci registravano, e quando, alla partenza, i perugini hanno fatto una catena umana davanti all'ostello per non farci uscire.
Ma la parte più bella, forse, è stata quando, seduta sul letto in camera mia, ho realizzato di come tutto questo mi renda immensamente felice e fortunata, molto più di quanto avessi mai osato sperare.

Un grazie a chi ha reso tutto questo possibile,
un grazie a chi già c'era,
un grazie a chi c'è stato,
un grazie a chi ci sarà,
un grazie alla musica,
un grazie al sole,
un grazie ai miei mezzi,
un grazie agli omonimi,
un grazie a quelli che sanno suonare mille strumenti e vivono di musica,
un grazie a Jurjevanie,
un grazie a voi,
un grazie a noi,
un grazie a te che sai,
un grazie a Marta per il messaggio,
un grazie a Daniela per l'assalto (e per tutto il resto),
un grazie a Daniele perché la foto nel parcheggio è bellerrima,
un grazie ad Eli perché lei si è che un mezzo!,
un grazie a Nicholas perché un pupattolo <3,
un grazie a Stefanino che è del tutto pazzo e per questo lo amiamo, 
un grazie a Cate e Daniele per averci diretto con suberba e impareggiabile maestria (!),
un grazie a Dusco perché si (anzi, perché la),
un grazie a Nico perché ci piace complottare alle spalle di chi-sappiamo-noi,
un grazie a Giugia perché ha corso come una pazza con il mio regalo sotto braccio,
un grazie a Franz perché «eccellente»,
un grazie a Costi perché è un piccolo folletto,
un grazie a Ceci che è troppo coccola,
grazie al cappello di Marina che è troppo bellino,
un grazie al signore dei cinghiali che è bellissimo,
grazie alla mini-metro,
un grazie a tutti quelli che erano in Ostello perché son troppa roba,
un grazie a Maddy perché la parrucca ha fatto storia,
un grazie ai direttori,
un grazie «ma quando torniamo a riprenderci le corde vocali?»
un grazie a Bus e a Chiara che si sono schiacciata in quel minuscolo tavolino per farmi un po' di spazio,
un grazie a tutti quelli che ieri erano al Rossetti senza un filo di voce e hanno cantato tutto fino alla fine.

Un grazie a tutti,
perché se non fosse stato per voi io ora non sarei qui
a commuovermi guardando foto su foto ripensando a tutto quello che abbiamo combinato
e immaginando tutto quello che combineremo.

Vi voglio bene.

 Marta, Marina, Daniele e me.

Partenza in mini-metro.


Nicholas.


Costi e la stanza. Ordinatissima.


Marta, Eli e me.


Chiara, Marta e me.


Anselmo


All'alba del giorno dopo, due di sonno.


Ceci, io e Daniele.


Stefanino, Dusco, Anselmo, Cate e io.

Postato da Chiù mercoledì, 02 aprile 2008 alle 13:48.



Avrei dovuto studiare.
(in ordinary day, thinking; 7 commenti)

Dico solo che io avrei dovuto passare questi cinque giorni a studiare. Dico solo questo, che ero partita tutta ingallata con un programma degno di questo nome, una volta tanto. Che dal momento che giovedì sarei stata tutto il giorno a scuola a provare per la trasferta di Perugia [perché si, alla fine parte <3], avrei recuperato tutto nei rimanenti quattro giorni. Il Grande Piando di Preparazione alla Terza Prova, altrimenti detto GPPTP per gli amici, comprendeva anche un pomeriggio per finire i riassunti e i commenti di quei tre canti del Paradiso che mi mancano, in modo che potessi farmi interrogare giovedì e partire con almeno un voto in italiano, nonché che arrivassi a venerdì mattina con gli schemi di storia belli che pronti per poter quantomeno far finta di ripetere in pullman, senza tener conto del fatto che mettermi qualcosa da leggere sotto il naso mentre sono in macchina/pullman/autobus è il metodo scientificamente provato più sicuro al mondo per farmi vomitare.
Oggi è martedì. Mi sono svegliata due ore fa. Alle cinque devo uscire di casa, andare a scuola e, in due ore, imparare a memoria una cosa come quattro pagine fronte e retro di canzone mai viste prima in vita mia per il mega-concertone del Rossetti. In questi giorni ho fatto gli schemi di un paragrafetto su sei del capitolo di storia che va ad aggiungersi al programma da portare alla simulazione [sottilineo che tutto quello che ricordo è che l'Italia alla conferenza di Parigi ha fatto una figura meschina e ha dimostrato la diplomazia e il tatto di un panzer a cui si son rotti i freni e che nella questione fiumana un tale Guido Keller ha fondato "gli amici del pelo". Non dico altro.] e ho finito il riassunto di un canto lasciato a metà nella notte dei tempi. E basta. Nei prossimi due giorni devo, ovviamente, fare tutto quello che ho mancato di fare in cinque, tenendo conto del fatto che giovedì in teoria passerò la giornata a cazzeggiare con la Liz andando a far visita ai pinguini rincitrulliti dell'AcqVario sulle rive e a preparare la valigia, dal momento che venerdì devo farmi trovare pronta e pimpante [magari pimpante no, però puntuale si] alle cinque e un quarto del mattino assieme ad altri sessanta coristi tutti di ottimo umore per il risveglio forzato ad orari inumani davanti ad un pullman dove trascorrerò una cosa tipo sei ore, se non otto, a provare Hourglass con quel cacchio di Mi da prendere secco [ che continuo a sbagliare perché in testa ho il sol diesis dei soprani primi e ciò non è bene] e a imparare il coretto dei contralti secondi nella parte per solisti di Mendelssohn per cui mi sono offerta in un impeto di follia pura giovedì. Ergo è inutile che continuo a scrivere di quanto sia nei guai in questo momento, mi sa. Meglio se mi metto a studiare un po'. Questa volta seriamente.
Inizio a dubitare seriamente di arrivare viva ai miei diciannove anni. Aiut!

[edit delle 14.15]
Quasi dimenticavo. Ieri sera ho visto Notte prima degli esami oggi. E oltre ad essermi riempita gli occhi di Nicolas Vaporidis che diventa sempre più bello di film in film, ho rischiato la crisi isterica quando hanno mostrato la palestra con tutti i banchi ordinatamente sistemati a scacchiera. Mi prende male all'idea che manca sempre meno al momento in cui IO sarò su quei banchi.
[/edit]

[edit delle 15.42]
Nevica. Fiocchi grossi come ciliegie. Una tormenta. E io devo uscire. Io, con la mia temperatura corporea pari a 34 gradi se tutto va bene. Nella bufera. Io muoio prima di salire in autobus.
Nevica!!
[/edit]

Postato da Chiù martedì, 25 marzo 2008 alle 12:44.



Incidenti culinari.
(in ordinary day; 5 commenti)

Quando ero piccola passavo un sacco di ore in giardino a giocare alla cucina.
Avevo una cosa tipo un miliardo di pentoline, cucchiaini, forchettine, mini fornellini e ammenicoli vari che mi portavo dal secondo piano al giardino trasformandomi in una sorta di profuga in miniatura al seguito dell'altrettanto in miniatura sorella.
Ci piazzavano in cima alle scale, sopra i garage, con i piedi nell'erba e il nostro stuolo di pentoline ben dispiegato davanti e ci davano alla pazza gioia razziando (letteralmente) il giardino: strappavamo erba, fiori, rametti, tutti quello che ci capitava a tiro per cucinare delle brodaglie a base di acqua e foglioline sminuzzate che finivano, regolarmente, ad annaffiare le piante superstiti una volta che ci stufavamo di rimescolare e proporci a vicenda i nostri imbevibili intrugli. Ho passato un sacco di ore, così, veramente tante.
L'altro giorno invece, a pranzo c'era l'insalata. Cosa centra questo con i miei giochi di bambina? Ebbene, mentre ignara mi mangiavo la mia dose di verde quotidiana, mi sono ritrovata in bocca un filo d'erba. Uno soltanto, sottolineo.
Ora immaginate l'odore del muschio che si usa per il presepe. Quello vero, dico, non quella schifezza sintetica che vendono alla Upim per cifre astronomiche, quello che viene dai giardini e si trova nei mercatini in Trentino e in Slovenia. Fatto? Bene.
Se mi fosse riempita la bocca con quel muschio l'effetto sarebbe stato lo stesso, uno schifo indicibile e inenarrabile.
E mi è venuto in mente che da piccola passavo ore a preparare brodini il cui ingrediente principale era una cosa dal sapore così immondo. Se lo avessi saputo, probabilmente avrei impiegato il mio tempo facendo qualcosa di più costruttivo, ecco.
E il giardino mi sarebbe stato eternamente riconoscente.

Postato da Chiù sabato, 22 marzo 2008 alle 18:45.



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Chiara, orgogliosa mezzosoprano, otto giorni dopo l'inizio di primavera sul finire degli anni ottanta, trieste. musica-dipendente, di notte canta per strada, scatta foto nella speranza di diventare fotografa un giorno, è vicedirettrice del giornalino scolastico, never been kissed, è polemica a priori, ha troppi istinti e troppi pensieri. ultimo di cinque anni assolutamente sprecati in un liceo scientifico, futuro alquanto nebuloso e incerto.

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